giovedì 31 gennaio 2008

SAMIZDAT n°11 (ovvero Molto più morto che sbronzo)

La sigaretta è pronta.
L'ufficio silenzioso.
Tiro le tende per impedire alla notte
di guardare dentro.
Non la vedo,ma la sento insistere e agitarsi,
tirarsi su,in piedi sul davanzale,
arrampicandosi sul vetro della finestra
come un insetto morente...


Mi viene da pensare questo:


i venditori di fede conservano una mano in tasca
quando salta la corrente
e il boia
piange in silenzio nella sua solitaria
camera ammobiliata


sissignore,


oggi ho riempito la
vasca da bagno
quasi fino
all’orlo,
ho chiuso il
rubinetto,
mi sono tolto
le mutande
e ho pensato alla
Thailandia
e alle
Maldive e un po’
anche allo
Sri Lanka,
prima di depositare
il mio culo peloso sul fondo del mio placido
oceano.

gli dèi sanno essere
piuttosto cattivi
nei rari momenti in cui non sono
assenti.

sabato 26 gennaio 2008

GUERRA


Lo spazio era quello che era, ma almeno l’affitto era basso. C’erano due finestrelle in alto sulla parete di fondo, all’altezza della strada là fuori. Una serie di tavoli pieni di provette, alambicchi, bilancini e dosatori. Una scrivania ingombra di carte, quaderni e registri, con davanti una vecchia poltrona sfondata. La corrente elettrica, diffusa da varie lampade alogene disseminate dappertutto nello scantinato. Una tenda a quadri che divideva lo scantinato a metà, e la scala che portava al piano superiore occupato dall’affumicatoio del salumificio Weber. L’aria che si respirava là sotto sapeva costantemente di speck e salsicce, mentre umidità e muffa se ne stavano attaccate ai muri come quadri.

Un bagliore improvviso investì lo scantinato, quando la porta in cima alla scala venne aperta. Una ragazza bionda, strizzata in un’aderente uniforme verde da infermiera, chiuse la porta e lentamente, facendo attenzione a non cadere dai tacchi alti, scese la scala fino al centro del monolocale.

“Herr doctor!” esclamò guardandosi intorno, “Sono arrivata! Sono qui, herr doctor!”

Una mano grinzosa scostò la tenda, lasciando intravedere dietro di essa un letto sfatto, un lavandino e un piccolo comodino sormontato da un’abat-jour stile anni ’30. Il dottor Siegmund Zeller sorrise, inforcò gli occhiali, tirò la tenda e si avvicinò alla ragazza.
“Fräulein Stuner” disse, sbirciandole nella scollatura, “Tuo squillante puonciorno è meglio di caffè calto…Magnifico come profilo di Kaiser…”

La ragazza sorrise, contraendo involontariamente le tette col rischio di farle esplodere. Zeller si sedette alla scrivania e, senza perdere nemmeno un secondo, afferrò uno dei registri che aveva davanti cominciando a spulciarlo con meticolosa precisione, passando in rassegna tutte le voci che vi erano riportate.

“Laforo procede alla crande” disse, “Noi cià messa via crande quantità di merce. Ma noi defe preparare ancora. Noi defe preparare molta quantità di meticine, ja?”

“Certo, herr doctor” rispose la ragazza, mettendosi seduta sulla poltrona e accavallando le gambe fino a scoprire le mutandine, “Solo, vorrei chiederLe il permesso di andare via prima, oggi”.

“Antare via prima?” ripeté il dottore, immerso nelle sue carte, “E perché mai?”

“Il mio fidanzato mi ha invitata fuori a cena. Ci terrei ad andare, se per Lei non è un problema”.

Zeller alzò la testa e sorrise, chiudendo gli occhi come un gatto nel sole. “Ja, ja…Fitanzato, ja. Io capisce. Io capisce perfettamente. Anch’io era fitanzato, una volta. Io sa pene cosa significa. Miei tempi, in Cermania, molte femmine e molto fitanzato, ja? Quelli era pei tempi, prima che scoppia cuerra e tutto finisce. Prima che cuerra prende te con forza e trascina via da femmine e da amici…Cuerra è rovina per tutti, ma di più quando perdi. Quando gente guarda te male, e tu ha fatto solo tuo dovere. E tu domanda: ‘Cosa fatto io che tu guarda me con tanto odio?’ E gente sputa te addosso. Gente insulta e dice cattiferie. Ancora occi, topo sessant’anni, gente guarda e dice brutte parole. Mein Gott!” esclamò, “Uno non può pere pirra con amici che ancora glielo rinfacciano topo sessant' anni! Tu capisce? Forse che io ho mai detto loro chi frequentare? Che amici afere? Ma loro freca niente. Loro ricorta sempre come se fosse ieri, e tu nasconde tutto il tempo…Niente fitanzata, niente amici, niente ti niente…”

“Scusi se glielo dico, herr doctor, ma io credo che dovrebbe prendere un po’ d’aria ” disse la ragazza, “Dovrebbe uscire, ogni tanto. Camminare. Ossigenarsi. C’è un’intera città che vive, là fuori. Come fa a restarsene sempre chiuso qua sotto? Non le fa mica bene. Possibile che non impazzisce, a restare sempre chiuso qua dentro?”


“Pazzia è dappertutto dentro persone” disse il dottor Zeller, “Ma persona pazza non sa di essere. E’ altri che vede lui pazza. Tu vedi me pazzo, mein Liebe?”

“Certo che no, herr doctor. Dico solo che…”


"Molto pene," disse il dottore, dirigendosi verso uno dei tavoli, “Tu preoccupi per me, tu brafa racazza che prende cura di uomo anziano, ja? Sehr gut…Tu brafa racazza che aiuta me in laforo e fa sentire meno solo...Tu fede?" disse, indicando una serie di ciotole colme di pillole colorate, "Tu fede che noi quasi pronti? Noi già messo via tanta meticina e altra ancora da fare. Tu ha imparato colori di pillole, vero?"


“Quella gialla…Quella gialla serve a guarire dal diabete. Quella verde da…”


“Nein, nein!” la interruppe il vecchio, “Quante folte io detto te! Pasticca cialla è cura di cancro! Pasticca plu cura morpo di Alzheimer! Pasticca pianca cuarisce da sintrome di Down!…Perché tu tanto pella e tanto stupida, meine Liebe? Dimmi: dofe io trofato te? Tu messo forse annuncio su ciornale?”


“No, nessun annuncio. Non si ricorda? Io sono la nipote di Hermann”

“Hermann?”

“Sì. Hermann Goer –“

“Tu non fa nomi!” esclamò Zeller, “Tu pazza? Tu mai fare nomi! Se tu fa nomi qualcuno macari sente e noi kaputt! Tu mai, fare nomi! Verstanden?” disse il dottore, passandole un braccio intorno alle spalle, facendo scivolare una mano su un seno della ragazza fino a contenerlo tutto, “Tu sempre stare attenta, quando fa nome” disse, serrando le dita intorno a quella massa carnosa, “Io non fa mai, nomi. Nome è come condanna, anche topo sessant'anni’anni, perché cente ricorda sempre…”


La ragazza si divincolò con eleganza dalla presa, tornando a sedersi in poltrona. Zeller si aggiustò il camice bianco segnato da macchie di caffè e bruciature di sigarette e la raggiunse alla scrivania.

“Tu deve sempre stare attenta anche quando viene qui." disse il dottore, "Se qualcuno scopre noi, noi finiti. Ma nostro laforo troppo importante per finire. Troppo. Anche se gente non capisce questo. Anche se tu spieghi, loro non capisce lo stesso. Loro non sa che se non era per cuerra, noi occi in un fero laporatorio, con strumenti moterni, e forse con premio Nopel su caminetto di casa…Ma cuerra ha rovinato tutto, ja? Niente più camino, o fitanzato, o amici…Tu sa che io non opera più da millenovecentoquarantasei? E non tocca femmina da millenovecentosettantuno? Io sempre costretto vivere come clandestino. Sempre nascosto, come rifuciato. Americani tentato di mettere mani su di me a fine di cuerra, e russi lo stesso. A fine di cuerra, americani e russi tentato di mettere mani su tutti scienziati e tottori teteschi rimasti. Americani e russi come maniaci sessuali. Loro sempre tenta di mettere mani addosso a qualcuno. Così io scappa, prima in Argentina e poi in Venezuela. Poi in Sfizzera. Infine qui in Italia. In Italia da millenovecentosessantasei. Io cirato tante città, prima di questa. Poi trova questa. Bolzano/Bozen. Io vede e pensa: ‘Qua come stare a casa. Qua sente parlare mia lincua. Io ferma qua, perché qua sente meno nostalcia’…Io compatte nostalcia con brintisi, con mio ciratischi, e con mio tiario, perché io tiene tiario, sì. Io scrife tiario tutti i ciorni da millenovecentotrentaquattro. Io così tanti tiari che enciclopedia, a confronto, è depliant per turisti. Io scritto tutto quanto, mein Liebe. Scritto di cuerra. Scritto di me e di miei amici. Scritto anche di tuo nonno. Tu vuole sapere cosa successo in un ciorno qualsiasi? Pasta che tu domanda. Tu ha domanda che interessa, meine Liebe?"


“Per la verità, herr doctor, la cosa che vorrei sapere è come faremo a vendere le nostre medicine..."


“Fendere?!” ripeté Zeller, “Fendere?! Che vuol dire ‘fendere’?! Noi non lafora per soldi, fräulein. Noi mai, laforato per soldi! Tu credi che noi fatto qualcosa per soldi? Puah! Miei amici ed io, mai fatto niente per soldi! Tu credi che Adolf ricco? O Josef, o Rudolph? O tuo nonno Hermann? Nessuno di noi, ricco. Noi sputa, su soldi! Noi con soldi pulisce culo!… Fendere! Noi non fenditori! Noi tottori! Noi trofa cura per malattie e malattie kaputt! Anche se poi tu pevi pirra con amici e gente chiama te ‘criminale’!”


“E allora come intende fare?”


“Noi spaccia” rispose il dottore, “Noi va su strada, in bar, in locali con musica alta e donne nude, in scuole, dappertutto…Noi va e spaccia. Noi dice prezzo passo, così gente compra più folentieri. Noi prepara prima tosaccio di pillole e poi spaccia con sacchetto o scatola o altra cosa, verstanden?”


"Ma noi, herr doctor, dobbiamo vendere i nostri prodotti ai malati. Mica alla gente sana”


Zeller scosse la testa. "Molta gente malata e non sa, mia cara. Molta gente crede stare bene e invece già mezza kaputt. Noi fendere loro meticina per stare meglio senza che loro sappia”


“Non capisco…”


“Noi curare gente con malattia e prevenire malattia in gente sana. Solo che noi non dire. Noi furbi. Noi dire che pillole aumentano energie, o migliorano memoria, o compattono insonnia, o fanno tifentare cazzo pello turo…Loro credono, questo. E suggestionano se stessi. Loro poi convinti che daffero ricordano meglio o hanno cazzo più turo, e infece cuariscono da malattia o tengono malattia lontana. Verstanden?”


"E chi s’incaricherà di far circolare la roba?” domandò la ragazza.


“Tu, fa circolare all’inizio” rispose il vecchio, “Tu racazza ciofane e pella, ja? Uomo piace, racazza ciofane e pella. Tu va e spaccia nostre meticine. Nessuno uomo con cazzo e ormoni tice no a racazza ciofane e pella come tu. Tu spaccia anche a donne, natürlich, ma uomo ferrà da te senza che nemmeno tu avvicini lui. Tu ha forse paura che uomo si avvicina?”


La ragazza non rispose. Si accese nervosamente una sigaretta, chiudendo le gambe come un sipario a spettacolo concluso.


“Io capisce che macari non piace” continuò Zeller, “Ma in crande affare occorre a folte ubbidire anche se non piace. Anch’io fatto cose che non piaceva, durante cuerra. Una folta viene da me ufficiale di SS. Lui entra in mio ampulatorio senza pussare. Lui non ha appuntamento, ma ha ordine di parlare a me. Lui parla piano, perché paura che qualcuno di Gestapo sente. Persino ufficiali di SS ha sempre avuto paura di Gestapo…Inzomma, lui fiene da me con ordine superiore e dice ‘Laforerai con noi per crande vittoria finale’. Io dico lui che io non soldato, io tottore. Io usare pisturi e sirinca, non fucile. E lui dice ‘Tuo pisturi e tua sirinca serfire per crande vittoria finale’. Io allora dico lui va bene, io curare soldati teteschi feriti in battaglia. Ma lui dice ‘Tu non lafora con soldati teteschi feriti in battaglia. Tu lafora con soldati nemici’. Io dico lui ch’è stupido curare soldati nemici feriti se poi è lui che ferisce. Questa è crande cazzata, no? Ma come, lui spara a soldato nemico e io poi cura soldato nemico ferito da lui? Allora o tu uccidi soldato nemico o tu non spara affatto. Se no, tottore nemico cura soldato nemico ferito. Forse che soldato nemico non ha tottore? Io dico che ha. Tutti ha tottore che cura soldati feriti. Ma lui dice ‘Tu non lafora su soldato nemico ferito. Tu lafora su soldato nemico morto.’. Io dico lui ‘Crazie per fiducia, ma solo Padreterno sa cuarire soldato morto’, e lui spiega che mio compito è fare experimenti su cadaferi nemici per poi ripeterli su pricionieri vivi…Cuerra è ganz brutto affare per tutti, vivi e morti, ja?”


La ragazza deglutì piano. "Si riferisce soprattutto agli ebrei, vero herr doctor?"


Zeller non rispose. Erano soprattutto quei pensieri.
Pensieri terribili.
E quei seni. Seni giganteschi.

Seni e morte in uno scantinato male illuminato.

"Tu sa quando guerra finirà?" disse.

lunedì 21 gennaio 2008

SAMIZDAT n°10 (ovvero Oh no, sarà mica un altro cazzo di racconto?!)



Anno del Signore Duemilaotto.
Venerdì,4 Gennaio.



L'ufficio è freddo, dopo la chiusura
patita durante le festività natalizie.
Qualcuno è passato: danny, docu, Mr.Viz...
Si sono fermati un istante, di là al bar,
come cacciatori stregati dalle proprie tracce.


Torniamo tutti,prima o poi.


Puoi vederla in questi termini,
se ti va:


siamo come assassini in cerca
di un luogo del delitto.
Uno qualsiasi.
Preferibilmente vicino.
Possibilmente famigliare.
Eventualmente adatto per essere
condiviso.


Canella è scomparso.
Ho intravisto Lilith,però.
Radiosa come una bambina che va
incontro al sole su un'altalena.


E naturalmente tutti gli altri...


Che sia un anno su misura per tutti voi.


Dentro e fuori di qui.



Anno del Signore Duemilaotto.
Venerdì,4 Gennaio.



"Finirà mai, questo cazzo di Medioevo?"
mi ha chiesto HB.

"Il 2008, anche lui penzola dal muro"
gli ho risposto, "In 12 mesi riusciremo
ad impiccarlo. Nel frattempo, che ne dici
di berci un goccio?
"

domenica 13 gennaio 2008

Samizdat n°9 (ovvero La troia ideale)

Per un po' è rimasta sdraiata sul divano
e di chiuso aveva
giusto gli occhi.


"Potresti chiuderle, per favore?" le ho domandato
mentre frugavo nei cassetti della scrivania
in cerca di fiammiferi...


"Fino a pochi istanti fa le volevi
spalancate
"
mi ha risposto.


"Già, ma fino a pochi istanti fa
non erano così volgari. Adesso quella cosa
spaventerebbe anche Stephen Hawking...
"


Si è tirata su a sedere.
Ha sbuffato, lasciando che quelle sue tette
sfidassero la forza di gravità.
Ha preso la rivista dal tavolino,
una vecchia rivista di cinema,
mentre dei miei fiammiferi non c'era traccia...


"Hai mica d'accendere?" le ho chiesto.


"Sicuro. Ma con le sigarette non funziona"
ha risposto, sfogliando quella rivista e fermandosi
su quella foto:


Phoenix (ma non la città)


"Non so proprio come sia potuto morire" ha detto.


"E' una cosa che capita spesso, alle persone" ho detto,
aprendo un altro cassetto, "Ma non temere, perché capita a tutte
una volta soltanto
"


"Che bella scoperta..."


"Questo però vale solo se parliamo della morte organica"
ho aggiunto.


"Beh io, furbone, non ne conosco altre"


Non so perché ma
lo supponevo.


Ho lasciato perdere i fiammiferi.
Sono andato al cesso,
mi sono tirato giù la cerniera lampo,
ho allargato la gambe,
ho cominciato una
lentissima
meticolosa
pisciata
dritto in bocca
alla tazza.


Quando sono tornato in ufficio
lei era ancora là,
vestita di un leggero sorriso,
con quella rivista aperta davanti agli occhi
più espressivi che avessi visto negli ultimi mesi.


"Era fico da impazzire," ha detto, "Proprio bello. Quelli belli
non dovrebbero morire
".


Non ho detto niente.
Mi sono versato un goccio del solito bourbon.


La morte è una troia senza gusti particolari.


Ma una troia inutile.


Impossibile scoparla.

giovedì 10 gennaio 2008

SAMIZDAT n°8 (ovvero La Sindrome di Stoccolma)

La carovana di mormoni stava attraversando il selvaggio West alla ricerca di un posto dove fermarsi e prosperare.


Il capo mormone era un mite uomo di mezza età, vedovo e con una fluente barba nera che gli toccava quasi le ginocchia. Tutti i mormoni erranti erano affascinati dalla barba del capo, ma ancora di più lo erano da sua figlia.


La figlia del capo mormone aveva diciott’anni, le tette come palloncini gonfi e una cascata di capelli neri lunghi fin oltre il culo. Tutti i mormoni erranti erano affascinati dai capelli della figlia del capo, ma ancora di più lo erano da ciò che nascondevano laggiù in basso. Ma la figlia del capo mormone era una ragazza di sani principi, timorosa del Signore e senza grilli per la testa. Non aveva un fidanzato, non possedeva bei vestiti, non diceva parolacce e non aveva mai visto un uccello se non in cielo. Tutto il suo tempo lo trascorreva a pregare, a cucinare per il padre e a masturbarsi in fondo al carro.


Un giorno, la carovana trovò un pezzo di terra fertile dove mettere radici. L’unico problema era che quel pezzo di terra fertile in realtà era un luogo sacro agli indiani, e agli indiani non era andata giù di averci radici mormoni sul loro luogo sacro. Così erano scesi in massa a cavallo dalle colline circostanti, armati di lance, fucili e frecce infuocate, attaccando gli inermi mormoni, bruciando le loro case, rubando i loro cavalli e violentando le loro donne. Tutte tranne una: la figlia del capo.


La figlia del capo –s’erano resi immediatamente conto - somigliava in modo impressionante a Cucamonga, figura leggendaria e assai venerata, antica protettrice delle sorgenti d’acqua, le cui gesta divine venivano tramandate oralmente di generazione in generazione da tempo immemorabile.


Così, gli indiani avevano rapito la ragazza portandola nella loro riserva e sistemandola nel teepee vicino a quello del capo tribù. Il capo tribù, un anziano e saggio uomo dalla pelle simile alla corteccia della sequoia, aveva dato immediatamente ordine di preparare la giovane donna bianca per il sacro rito propiziatorio attraverso il quale sperava d’ingraziarsela, così che le acque dei fiumi e dei torrenti tornassero limpide e pulite e popolate di pesci come un tempo. Il rito consisteva nell’offrire alla dea i più valorosi guerrieri della tribù, quattro come i principali corsi d’acqua della riserva, mentre il resto della tribù avrebbe ballato, cantato e pregato attorno ai fuochi accesi. Fu così che le squaws, dopo aver spogliato e lavato la donna bianca, le dipinsero sul volto i segni propiziatori, la cosparsero di unguenti e la fecero stendere su una stuoia all’interno del teepee, prima di far entrare uno dopo l’altro i quattro valorosi guerrieri, mastodontici esemplari di pellerossa orgogliosi e ignari di cosa fossero paura e imbarazzo. A notte fonda, quando canti, balli e preghiere erano terminati già da diverse ore, il capo indiano trovò i quattro guerrieri riversi sotto le sorelle stelle, i volti scavati, gli occhi vitrei, il respiro appena percettibile…Interrogati separatamente, i quattro avevano parlato allo stesso modo: Cucamonga possedeva un tunnel troppo profondo ed affamato, per riuscire a colmarlo tutto saziandolo a dovere.


Il giorno seguente il capo indiano fece ripetere il rito, stabilendo che i guerrieri avrebbero dovuto agire simultaneamente, perché evidentemente solo così l’offerta a Cucamonga sarebbe stata completa e accettata. L’esito, però, fu lo stesso della volta precedente. Apparentemente, niente sembrava in grado di appagare la giovane dea, e i fiumi continuavano ad essere pieni di piscio e poveri di pesci. Dopo aver consultato sassolini e viscere di serpente, il capo indiano ordinò a tutti gli uomini della tribù in grado di assicurare una soddisfacente erezione, di entrare nel teepee della donna e offrirsi ad ella senza risparmio. Al termine del rito, durato un giorno e una notte, le acque erano ancora contaminate di orina e i pesci venivano a galla morti, ricoperti di schiuma e sacchetti di plastica.


Quando il capo tribù si rese conto che i suoi uomini, un tempo temibili guerrieri e razziatori, ora facevano fatica a portare le mani alla bocca per dissetarsi, si convinse che la giovane donna bianca doveva essere una reincarnazione malvagia, di Cucamonga, e che il solo scopo della sua apparizione era arrecare sventura e prostrazione al popolo indiano.Era stato così convocato il Gran Consiglio, nel quale era prevalsa l’opinione che uccidere una divinità (per quanto malvagia) avrebbe potuto rivelarsi un atto ancor più funesto del lasciarla in vita. Si decise allora di riportarla là dov’era stata trovata, tra quella gente vestita tanto stranamente, di sicuro altre malvagie entità meta-umane già pronte magari a vendicarsi.


Una notte, la ragazza venne condotta bendata fino a un sentiero al termine del quale una strada l’avrebbe ricongiunta alla sua gente. Per tutto il tragitto non fece che gridare e lamentarsi e inveire, cosa questa che rafforzò la convinzione circa la sua natura maligna ed egoista. Slegata, sbendata, scaricata e abbandonata, la ragazza aveva infine ritrovato la via di casa, giungendo all’alba di un limpido mattino alla propria comunità mormone che, nel frattempo, era tornata a vivere all’interno dei carri. Ci fu una gran festa, per quell’insperato ritorno, durante la quale il capo mormone decise ch’era preferibile rimettersi in cammino e cercare un altro luogo, dove fermarsi e prosperare.


Trovatolo dopo settimane di polveroso peregrinaggio, la comunità mormone si era subito data a costruire una nuova sede stabile, ma il problema era che quella terra era un cimitero appartenente ad un’altra tribù indiana, e la tribù indiana non aveva piacere che una comunità mormone dimorasse sul suo cimitero. Fu così che la tribù indiana scese in massa all’attacco dalle colline circostanti, e in mezzo a quel sanguinoso trambusto nessuno riuscì mai a capire cosa cazzo avesse da sorridere tanto la giovane figlia del capo…


° ° °


"Cosa dovrebbe rappresentarmi, questa storia?"


"E' una storia d'amore, tesoro" le dico, "Non è di questo che
stavi parlando?
"


"Io stavo parlando di noi, brutto stronzo..."


"D'accordo, ora per piacere vorresti abbassare
quella pistola? Renditi conto che se premi quel grilletto
ti sentiranno in tutto il forum...
"


Mi accendo una sigaretta.
Mi guardo intorno
nell'ufficio deserto come una mente sgombra.
Una piccolo calibro puntata addosso,
tutta nera e lucente
come uno scarafaggio lucidato.


A volte le cose non vanno come te le aspettavi.
Altre volte invece, non vanno affatto.


Sono le 2.35 pm
di un venerdì pomeriggio.


Queste donne che parlano d’amore
sembrano così serie mentre
le ascolto
eppure
i loro argomenti finiscono sempre molto in fretta
quasi che fosse un problema di
memoria


come se dell’amore
mimassero solo le movenze
ricordando di averle viste
da qualche parte
un giorno
di sfuggita.


Non sanno nulla, dell’amore
e l’amore non sa
nulla di loro.


Mi piacerebbe tanto
poterli
presentare.

Il coraggio e una bottiglia di birra vuota

“Non puoi scrivere di quella bottiglia di birra”
ha detto, “Non puoi scrivere di avermi
chiavata con quella...
”

“D'accordo” ho detto
io, “Non scriverò di averti
chiavata con una bottiglia di birra,
del resto non ci sarebbe nemmeno
niente di originale, dal momento che era
vuota
”

“Anzi” ha detto, “Non scriverai proprio di avermi
scopata...
”

“Come vuoi” ho detto
io, “Non lo scriverò”.

“Stammi bene a sentire:” ha detto, “Tu non scriverai
di me in nessun modo e per nessun motivo, e io
da parte mia non dirò a nessuno che
quando vieni hai il vizio di
urlare...
”

“Ok” ho detto
io, “Non scriverò di te e nemmeno
dei cosa, dei come e dei quando
”.

“Magari invece sarò io a scrivere di te”
ha detto, “Potrei farlo benissimo...”

“Potresti eccome” ho detto
io.

“Sarei perfettamente in grado
di farlo...
” ha detto

“Lo so anch'io che ne saresti
capace
” ho detto

“E magari” ha detto sorridendo,
“Scriverei che tu senza volgarità non sei in grado
di eccitarti. Tu questo non avresti mai
il coraggio di scriverlo...
”

“Mi sa che hai ragione” ho detto
io, “Non avrei mai il coraggio di scrivere
una cosa come questa
”.

martedì 8 gennaio 2008

Le violette di Freud

pensaci, la psicanalisi è figlia
della solitudine
e di una
madre
ingombrante

le donne che si arrovellano su quale
copriletto
comprare,
di quale
tessuto
di quale
colore
e se
a disegni oppure
no,
per poi magari infilarci sotto
il
primo uomo che
capita.

a volte penso che mi servirebbe
una donna che adora le violette come l’intendeva Freud

ma Siegmund aveva
un’ottima scusa per stenderle sul divano
evitando giri di ballo
e di parole
e qualunque altro
stucchevole
complimento.